VITA DI SAN FRANCESCO

DIVENTERO' UN GRANDE PRINCIPE

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  Francesco d'Assisi è vissuto 44 anni, dall'inverno 1181/82 fino al crepuscolo del sabato 3 ottobre 1226. 

  II biografo che I'ha conosciuto, Tommaso da Celano, inizia così la sua Prima Vita: "Viveva ad Assisi, nella valle spoletina, un uomo di nome Francesco". Ne prende lo spunto anche san Bonaventura nella sua Leggenda Maggiore: "Vi fu, nella città di Assisi, un uomo di nome Francesco ... ". Non c'e alcun riferimento storico perché la vita di un santo la si racconta per eventi e temi. 

 Viene battezzato con il nome Giovanni, ma il padre, Pietro di Bernardone, pendolare tra I' Italia e la Francia a commerciare "panni franceschi", lo chiama Francesco. 

  Cresce simpatico, umano, credibile; non passa repentinamente dalle tenebre dei peccati alla luce abbagliante della perfezione, ma attraverso una vita normale di sogni e di spensieratezza, di svaghi e di impegni lavorativi, matura in se stesso i segni di una intensa esperienza cristiana. 

  E' un giovane particolarmente allegro, ma non superficiale, generoso ad oltranza e sensibile, ma non incosciente, dotato di una certa civetteria ama essere al centro dell'attenzione, ma più per la consapevolezza delle sue doti che per eccessivo narcisismo.

  Si sente avviato a grandi cose e non manca di affermarlo: so che diventerò un grande principe. E per di più c'e in Assisi un semplice il quale ogni volta che lo incontra per la strada si toglie il mantello e lo stende davanti ai suoi piedi, proclamando che avrebbe compiuto un giorno delle meraviglie. 

  Era il gesto ingenuo e riconoscente di un povero trattato con generosità e umanità o il messaggio di una profezia? Le grandi cose a cui ambire a quel tempo erano le imprese dei cavalieri di cui era ricca la cultura giullaresca. 

  A vent'anni si cimenta in una battaglia vera appena fuori casa, a Collestrada, ma il suo esercito è fragile e improvvisato come le fantasie giovanili, ma soprattutto i suoi muscoli non sono forti come la sua sensibilità e il suo cuore, le sue mani non sanno stringere una spada come quando si poseranno sulle piaghe dei lebbrosi. E viene fatto prigioniero per un anno intero ma non perde il vizio di essere contento e di fantasticare. Ritorna a casa e riprende il suo lavoro nel negozio del padre. Poi si ammala di una malattia lunga e misteriosa che debilita il corpo ma rafforza i pensieri e soprattutto lo spirito.

 

LA FORZA DI UN SOGNO

     II giovane allegro, esuberante incomincia a scegliere il silenzio e la solitudine, si allontana dal centro della città e va a esplorare i luoghi abbandonati della campagna di Assisi. E' alla ricerca di un tesoro, ma che è ancora molto nascosto. 

Ritorna alla quotidianità, ma con qualche pensiero in più, più inquietante. Poi riprova a sfondare per realizzare le grandi cose a cui si sente chiamato. 

  Si arruola per una spedizione nelle terre di Puglia; gli occhi del padre lo accarezzano fieri quando lo vede rivestito nella nuova armatura, gli amici delle feste lo salutano invidiosi. E finalmente riparte. Fa poca strada, fino a Spoleto e la sua avventura si infrange contro un sogno. 

  Sogna un castello pieno d'armi: ma tutte quelle grandi cose a chi appartengono, al padrone o al servo? Nel sogno una voce: “Francesco, ritorna ad Assisi”. E' la sconfitta e la resa più bruciante di quella di Collestrada perche senza le ferite della battaglia. Gli anni passano, il giovane e ormai uomo e le ferite le ha dentro, invisibili ma profonde. 

  Lì restano solo i sentieri solitari per sfuggire I'ironia della gente, le battute delle ragazze, lo scherno degli amici. Un giorno si sente attratto dai ruderi di una chiesetta e lì scorge un crocifisso impolverato e abbandonato, ma che lo aspettava pazientemente. "Francesco, va e ripara la mia casa". 

  E così quelle mani delicate e scarne, incapaci di stringere con forza I'elsa di una spada, si sporcano, si graffiano, si ornano di calli. 

  Ma Dio non ha bisogno di muratori perche la sua casa è fatta di anime o meglio di persone. I poveri e i lebbrosi diventano la sua compagnia preferita, a loro riserva tutte le attenzioni e i soldi della bottega del padre. 

 Pietro di Bernardone che aveva puntato tutto su quel figlio, aveva chiuso un occhio su tutte le sue stravaganze, ma adesso la sua pazienza aveva colmato la misura e incominciava a montare una rabbia furiosa, incontrollabile. Era necessaria un'azione di forza per farlo tornare in se, davanti a tutti, anche per non perdere la faccia. 

 E Francesco, spogliandosi, reagisce con il gesto più radicale e più liberatorio che potesse fare iniziando una nuova vita e assumendo una nuova identità: "D'ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone". 

  E qui incomincia un'altra storia che racconteremo per tappe fondamentali, limitandoci a qualche piccola chiosa.

 

LA FRATERNITA'

   Dopo un breve periodo di vita solitaria si raccolgono intorno a lui i primi seguaci, Egidio e Silvestro d'Assisi, Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani e Angelo Tancredi. Quando la prima fraternitas ha ormai preso forma intorno al Tugurio di Rivotorto, Francesco elabora una formula vitae che non ci è giunta e, insieme agli undici compagni, si reca a Roma per sottoporla al pontefice. Innocenzo III, persuaso da un sogno in cui vide il Laterano pericolante sorretto da un giovane frate, si limita a concedere un'approvazione orale, incaricando Francesco di "predicare a tutti la penitenza". Nel 1212 la "fraternità", notevolmente accresciuta, si stabilisce alla Porziuncola, poco lontano da Assisi. L'esempio di Francesco è seguito anche da Chiara, una giovane assisiate che, ricevuto I'abito, da vita alla comunità delle Povere dame di san Damiano, il futuro Ordine Minore delle Clarisse. 

  Spinto dal desiderio di testimoniare la fede al mondo intero, Francesco aveva tentato più volte di recarsi nei paesi non cristiani: fermato da un naufragio nel 1211 a largo della Dalmazia e da una malattia in Spagna nel 1214, raggiunge l'Egitto nel 1219, dove ottiene dal sultano Malek-el-Kamel I'autorizzazione a predicare, aprendo la via alle grandi missioni cattoliche. Rientrato ad Assisi, sofferente nel fisico e amareggiato per i contrasti tra i frati durante la sua assenza, nel 1220 Francesco rinuncia alla carica di ministro generale della comunità in favore del fedele compagno Pietro Cattani. II 29 novembre 1223 Onorio III approva con la bolla Solet annuere la regola francescana, sancendo la nascita ufficiale dell'Ordine dei Frati Minori. Assistito da tre compagni, Angelo, Leone e Rufino, ormai quasi cieco, nel 1224 Francesco si ritira nell'eremo della Verna, il dantesco "crudo sasso intra Tevero e Arrno", dove riceve le stimmate. Muore il 3 ottobre del 1226 alla Porziuncola e viene canonizzato da Gregorio IX il 16 luglio 1228.

"UN UOMO SANTISSIMO" (SAN BONAVENTURA)

  La spoliazione davanti al padre e al vescovo nella piazza di Assisi, aveva portato finalmente Francesco a scoprire la sua identità di figlio di Dio e la sua configurazione a Cristo. 

  "Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre". Coloro che compiono le opere del Padre "sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi quando I'anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù delle Spirito Santo. Siamo suoi fratelli quando facciamo la volontà del Padre che e nei cieli. Siamo madri quando portiamo nel cuore e nel corpo per mezzo del divino amore e della pura coscienza e lo generiamo attraverso le opere sante" (Lettera a tutti i fedeli). 

  Diventare come Gesù. Fu questa il senso della sua vita espresso nella Regola per i frati: "Questa e la vita del vangelo di Gesù Cristo, che frate Francesco chiese che dal signor Papa Innocenzo gli fosse concessa e confermata" (Regola non bollata). 

  La sua conformazione/imitazione di Cristo cercata per tutta la vita I'ebbe perfino impressa nella sua carne con i segni delle stimmate. Scrisse frate Elia dopo la morte di Francesco: "Ed ora vi annuncio una grande gioia, uno straordinario miracolo: non si è udito un portento simile, se non nel Figlio di Dio, Cristo Signore. Qualche tempo prima della sua morte il nostro Padre (Francesco) apparve crocifisso, portando impresse nel suo corpo le cinque piaghe, come sono veramente le stimmate di Cristo". 

  E testimonia frate Leone: "Quando si stava lavando il suo corpo per la sepoltura, sembrava veramente come un crocifisso deposto dalla croce”. Un altro modo per vivere il rapporto con Dio e realizzarlo in Cristo è fare corpo con I'umanità di Gesù stesso, entrare in lui, unirsi intimamente a lui. E questo è possibile 'realmente' attraverso il sacramento dell'Eucaristia. Un sacramento che Francesco ha vissuto con tale intensità da vibrare e ardere "di amore in tutte le fibre del suo essere, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Si comunicava con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri" (Tommaso da Celano, Vita Prima).

 

LA RICCHEZZA DELLA POVERTA'

   Povertà è I'atteggiamento umile di chi non rivendica nulla di fronte al dono di Dio, ma dimora nella gratitudine per I'esistenza donata con tutti i suoi beni. Non occorre affannarsi per ammassarli, ci sono già! 

   In tal modo la povertà diventa partner di una relazione di alleanza, di un patto (=commercium) che procura i doni più belli: chi sposa Madonna Povertà rinuncia a bastare a se stesso, rimette a Dio quel poco che ha e riceve da lui, che è tutto, il centuplo. L'uomo rinuncia al suo nulla, perché tutto gli e donato, per partecipare al tutto di Dio. Concetto che può essere assimilato senza problema solo da chi ha fatto di Dio il suo tutto. 

  Questa e I'intuizione della povertà secondo Francesco, un atto di fede nell'onnipotenza di un Dio fedele. II Poverello possiede tutto perche non ha nulla di sé, ma tutto il mondo da Dio. 

  Così quel giovane che rinunciò alla casa e alla famiglia trovò una famiglia numerosissima e mille case ospitali. La povertà radicale di Francesco lo fa possessore in anticipo di cieli nuovi e di nuove terre, della nuova creazione che Dio prepara per i suoi eletti, stabilendo nuove relazioni con il creato e i fratelli. 

Vertice meraviglioso di questa esperienza del mondo rinnovato è il "Cantico delle Creature" in cui Francesco partecipa del giudizio di Dio sulla creazione: "E vide che era molto buono" (Genesi). 

  Ma la nuova creazione coinvolge e modifica anche le relazioni tra gli uomini annunciata nel saluto-augurio messianico: "La pace sia con voi". Era il saluto dei frati di Francesco. Icona di tale nuova fraternità è lo stile di vita dei compagni del santo che vivevano nella letizia e nella carità vicendevole. 

  La regola d'oro della fraternità suonava così: "Pecca I'uomo che vuole ricevere dal suo prossimo più di quanta vuole dare di sé al Signore". E' la proposta di chi vuole assumere la relazione con Dio come misura di ogni esperienza umana. Nella santità e nella grandezza di Francesco si può vedere visibilmente che cosa può realizzare una creatura quando accoglie senza riserve il dono della grazia divina. Possiamo restare solo stupiti, ammirati e sentirne il richiamo con le parole stesse del santo di Assisi: "Oh, come e glorioso e santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, come e santo e consolante, bello e ammirevole avere un tale sposo! Oh, come è santo, come e delizioso, piacevole, umile, pacifico, dolce e amabile avere un fratello, il quale offrì la sua vita per le sue pecore e prego il Padre per noi!" (Lettera a tutti i fedeli).

 

BIOGRAFIA CRONOLOGICA

  • 1181/1182 – Ad Assisi, nasce Giovanni di Pietro di Bernardone; il padre, ricco mercante, assente al battesimo, vuole che sia chiamato Francesco. Impara a leggere e scrivere presso la chiesa di San Giorgio (cf. 1Cel 23; LegM 15,5).
  • 1193/1194 – Nasce ad Assisi Chiara, figlia di Favarone di Offreduccio e di Ortolana, di famiglia aristocratica.
  • 1198-1200 – Dopo la morte dell'imperatore Enrico VI (sett. 1197) i popolani delle arti (homines populi) distruggono la rocca imperiale di Assisi e assaltano le case fortificate dei nobili (boni homines), molti dei quali si rifugiano a Perugia. 
  • 1202-1203 – Nella guerra tra Perugia e Assisi, le milizie assisane sono sconfitte a Collestrada: prigionia di Francesco, liberato dopo un anno, in cattive condizioni di salute.
  • 1204-1206 – Comincia la «conversione» di Francesco: visione misteriosa di Spoleto, incontro con i lebbrosi, preghiera insistente a San Damiano (cf. 3Comp 6-14). – Preghiera davanti al Crocifisso Preghiera davanti al Crocifisso (inizi 1206).
  • 1206-1208 – Contrasto con il padre e rinuncia all'eredità paterna dinanzi al vescovo di Assisi. In abito da eremita, ripara San Damiano, San Pietro e Santa Maria della Porziuncola (cf. 3Comp 16-24).

– Compone e recita la preghiera Ti adoriamo (FF 111).

  • 1208 – Aprile: assieme ai primi compagni, Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani, nella chiesa di San Niccolò consulta il Vangelo, che diventa la loro norma di vita (cf. 3Comp 27-29; Anper 10-11). Indossando l'abito dei penitenti, iniziano le prime peregrinazioni apostoliche.
  • 1209 – Nella primavera seguente, quando il numero è cresciuto a dodici, Francesco e compagni si recano a Roma, dove Innocenzo III approva a voce la regola di vita «secondo la forma del santo Vangelo» che Francesco «fece scrivere con poche parole e con semplicità» (2Test 14-15). Il papa «autorizzò lui e i suoi compagni a predicare dovunque la penitenza» (3Comp 51; Anper 36).

– Questa «Protoregola», più che perduta, è stata inglobata e poi amplificata progressivamente dentro il testo della Regola non bollata (1210-1221).

– Da Rivotorto la fraternità passa a Santa Maria della Porziuncola, la chiesetta ottenuta in custodia dai benedettini del Subasio.

  • 1212 c. – Chiara viene accolta da Francesco alla vita penitente, e quindi all'obbedienza, con un impegno scritto da parte di Francesco: la Forma di vita (1212 c.), riportata da Chiara (RsC 6,1-5; TestsC 29).
  • 1212-1215 – Francesco tenta invano di raggiungere la Siria (1211), poi il Marocco attraverso la Spagna (fra 1213 e 1215).

– Esortazione alla lode di Dio Esortazione alla lode di Dio (FF 265a): per acerbità di struttura e di forma, potrebbe appartenere ai primi anni del «peregrinare» di Francesco.

  • 1215 – Novembre: si celebra il concilio Lateranense IV, importante per la riforma della Chiesa e le misure antiereticali. I «frati minori» non sono vincolati alle disposizioni della Ne nimia religionum diversitas (in base alla quale, ad esempio, i frati predicatori devono assumere la Regola agostiniana).
  • 1216 – 16 luglio: muore Innocenzo III. Gli succede Onorio III.

– Ai fatti è presente Giacomo da Vitry-sur-Seine, consacrato vescovo di Acri (Tolemaide), che in una lettera dell'ottobre 1216 fornisce la prima preziosa testimonianza esterna sulla vita e la stima ecclesiale goduta dai cosiddetti frati minori e dalle sorelle minori (FF 2205: ma cf. 2200-2209).

  • 1217 – 26 maggio: il capitolo generale decide la prima missione d'oltralpe e d'oltremare, che incontra gravi difficoltà.
  • 1219 – 26 maggio: al capitolo di Pentecoste, mentre dal 1217 è in atto la quinta crociata, si decide una seconda missione dei frati oltralpe e oltremare.

– 11 giugno: nella bolla Cum dilecti, indirizzata a vescovi e prelati, Onorio III raccomanda di accogliere i «frati minori [...] come uomini cattolici e fedeli» (FF 2708).

– Nel mese di giugno Francesco si imbarca per l'Oriente e giunge a Damietta, dove incontra pacificamente il sultano d'Egitto Melek-el-Kamel.

  • 1220 – Gennaio: in Marocco, i primi cinque frati minori martiri.

– Informato che i «vicari» lasciati in Italia avevano introdotto disposizioni arbitrarie nella Regola, Francesco rientra, ottiene da Onorio III il cardinale Ugolino come protettore dell'Ordine, arricchisce di testi biblici la Regola con l'aiuto di frate Cesario da Spira (cf. Giordano 12-15: FF 2334-2338).

– Sulla scia dell'esperienza in Oriente e della lettera papale Sane cum olim (datata 22 novembre 1219), Francesco invia ai «tre stati» cristiani delle lettere, con l'invito alla lode divina pubblica e al culto eucaristico:

Lettera a tutti i chierici Lettera a tutti i chierici, 1a redazione (FF 207/a-209/a), 2a redazione (FF 207-209).

Lettera ai reggitori dei popoli (FF 210-213).

Prima lettera ai custodi (FF 240-244).

Seconda lettera ai custodi (FF 245-248: appoggia le tre precedenti).

– 22 settembre: la bolla Cum secundum obbliga anche i frati minori all'anno di noviziato, vietando di lasciare l'Ordine dopo la professione religiosa (FF 2714).

– Francesco rinuncia al governo diretto dell'Ordine, affidandolo a un vicario (Pietro Cattani, fino al 10 marzo 1221; gli subentra frate Elia).

1221 – 30 maggio: al capitolo generale della Porziuncola si organizzano con cura nuove spedizioni oltralpe (Germania) e si discute il nuovo testo della Regola:

–Regola non bollata, in 24 capitoli (FF 1-73), sicuramente approvata dal papa (cf. Prologo e 24,4), ma non con bolla ufficiale.

– Un completamento «spirituale» delle norme per la fraternità è costituito dalle Ammonizioni (FF 141-178), forse raccolte progressivamente ai capitoli generali, dove «santo Francesco rivolgeva ai frati ammonizioni, riprensioni e precetti [...], dopo aver consultato il Signore» (Anper 37: FF 1529).

  • 1221 ss. – Appartengono con tutta probabilità agli anni maturi di Francesco, senza possibilità di fissarne meglio la cronologia, alcune delle preghiere: – Saluto alle virtù (FF 256-258).

– Saluto alla beata Vergine Maria (FF 259-260).

– Orazione sul «Padre nostro» (FF 266-275).

  • 1221-1223 – Prosegue da parte di Francesco il lavorio per giungere a un testo definitivo della Regola, come dimostra un documento importante: –Lettera a un ministro (FF 234-239).

– Non mancano le tensioni comunitarie (al «capitolo delle stuoie»: CAss 17-18; 2Spec 68) e una lunga «tentazione» di Francesco (cf. 2Cel 115; 2Spec 99). Potrebbero uscire da questo tormentato contesto biografico:

–Della vera e perfetta letizia (FF 278).

–Ufficio della Passione del Signore (FF 279-303).

  • 1223 – Inizio anno: a Fonte Colombo, non senza difficoltà e contrasti (cf. LegM 4,11; CAss 17), Francesco redige la Regola definitiva del suo Ordine:

–Regola bollata (FF 73a-109a), approvata da Onorio III (bolla Solet annuere, 29 novembre).

– 24-25 dicembre, a Greccio: «memoria» eucaristica del Natale del Signore (1Cel 84-87).

1224 – In data sicuramente posteriore all'approvazione della Regola bollata:

–Lettera a frate Antonio (FF 251-252: rinvio a Rb 5,2).

–Lettera a tutto l'Ordine (FF 214-233), che ai vv. 34-43 contiene rinvii alla Rb.

– Agosto-settembre: quaresima di san Michele, «nel luogo della Verna» (15 agosto-29 settembre), dove Francesco riceve le stimmate, dopo le quali scrive «di sua mano»:

–Lodi di Dio Altissimo (FF 261), «rendendo grazie a Dio del beneficio» (rubrica autografa di frate Leone);

–Benedizione a frate Leone (FF 262; per le motivazioni, cf. 2Cel 49).

– Francesco torna alla Porziuncola, limitato nell'attività apostolica dalle stimmate e dall'aggravarsi delle malattie. Se non anche la 1a redazione (FF 178/1-7), almeno la 2a redazione della Lettera ai fedeli (FF 179-206) appartiene con tutta probabilità a questi ultimi anni, visto che Francesco dichiara di voler scrivere «considerando che non posso visitare personalmente i singoli, a causa dell'infermità e debolezza del mio corpo» (2Lf 3: FF 180).

  • 1225 – Primavera: a San Damiano Francesco compone due laudi-esortazioni in volgare, la prima in ringraziamento per l'assicurazione della salvezza (certificatio), la seconda «a maggior consolazione della signore povere»:

–Cantico di frate Sole (FF 263; cf. CAss 83 e le aggiunte: Cass 84 e 7).

–Audite, poverelle dal Signore vocate (FF 263/1; cf. CAss 85).

– Passa nella valle Reatina, dove sopporta inutili terapie chirurgiche per una grave malattia d'occhi contratta in Oriente.

  • 1226 – Aprile-maggio: a Siena, durante un aggravamento, detta in breve l'ultima «volontà»:

Testamento di Siena (FF 132-135; cf. CAss 59).

Francesco è trasferito successivamente alle Celle di Cortona, a Bagnara presso Nocera e quindi scortato ad Assisi, nel palazzo vescovile. All'annuncio della morte vicina, detta l'ultima lassa del Cantico.

Settembre: probabilmente durante le ultime settimane di vita, detta l'ultimo

Testamento (FF 110-131), «un ricordo, un'ammonizione, un'esortazione» (v. 34): un testo universalmente ritenuto esemplare per la spiritualità e lo stile di Francesco, ma che deve essere ritenuto tale anche per la fedeltà alla Chiesa e alla Regola professata (cf. 2Test 38-39: FF 130).

– «Poco prima della sua morte» invia l'Ultima volontà (FF 140) per le «signore povere», di San Damiano (cf. RsC 6,6- 9; TestsC 33), e fa scrivere la Lettera a donna Jacopa (cf. Actus, XVIII).

3 ottobre: Francesco muore alla Porziuncola, la sera del sabato 3 ottobre (dopo il tramonto: secondo il computo liturgico medievale, il 4 ottobre). Il giorno dopo la salma viene tumulata in Assisi, nella chiesa di San Giorgio (ora inglobata nella basilica di Santa Chiara), dove «fanciullino aveva imparato a leggere e dove in seguito per la prima volta aveva predicato» (LegM 15,5).

  • 1227 – 19 marzo: il cardinale Ugolino, eletto papa, assume il nome di Gregorio IX.

– 30 maggio: Giovanni Parenti è eletto ministro generale dell'Ordine.

  • 1228 – 16 luglio: Gregorio IX celebra in Assisi la canonizzazione di Francesco: la relativa bolla, Mira circa nos (FF 2720- 2728), è resa pubblica il 19 luglio.

17 settembre: Chiara ottiene da Gregorio IX il Privilegium paupertatis per il monastero di San Damiano in Assisi.

  • 1228-1229 – Tommaso da Celano, su mandato di Gregorio IX, compone la biografia del santo: Vita del beato Francesco, o Vita prima (1Cel), approvata dal pontefice forse il 25 febbraio 1229.
  • 1230 – 25 maggio: traslazione delle spoglie di Francesco dalla chiesa di San Giorgio nella basilica eretta in suo onore.

– 28 settembre: interpellato da una commissione di frati, Gregorio IX promulga la Quo elongati, che nega valore giuridico al Testamento di Francesco e dirime alcuni punti dubbi in merito all'interpretazione della Regola.

  • 1232 – Frate Elia di Assisi, già vicario di Francesco, viene eletto ministro generale dell'Ordine.
  • 1232-1235 – Giuliano da Spira compone la Vita sancti Francisci.
  • 1234 – 11 giugno: Agnese, figlia di Ottokar I, re di Boemia, rende pubblica la sua scelta religiosa.
  • 1234-1238 – Prime tre Lettere di Chiara ad Agnese di Boemia.
  • 1239 – 15 maggio: frate Elia è deposto dal suo incarico; alla presenza di Gregorio IX, il capitolo generale elegge Alberto da Pisa, primo sacerdote alla guida suprema dell'Ordine; vengono promulgate le prime costituzioni.
  • 1241 – Prima del 25 ottobre, Primordi o fondazione dell'Ordine (Anonimo perugino), operetta composta probabilmente da frate Giovanni, discepolo di frate Egidio. 1244 – Al capitolo generale di Genova Crescenzio da Iesi, ministro generale, promuove una raccolta di testimonianze, perché possano colmarsi le lacune segnalate nella Vita del beato Francesco (1Cel) di Tommaso da Celano.
  • 1245 – 14 novembre: Innocenzo IV promulga la bolla Ordinem vestrum a commento della Regola francescana.
  • 1246 – 11 agosto: Leone, Rufino e Angelo, compagni di Francesco, inviano da Greccio i loro ricordi a Crescenzio da Iesi; anche i cittadini di Assisi rendono la loro testimonianza, concentrandosi sulla gioventù di Francesco.
  • 1247 – Giovanni da Parma è eletto ministro generale.

– Tommaso da Celano redige il Memoriale nel desiderio dell'anima, o Vita seconda (2Cel), approvato dal capitolo generale. 

– 18 agosto: Innocenzo IV promulga una «forma di vita» per i monasteri femminili dell'Ordine di San Damiano.

  • 1252-1253 – Tommaso redige la parte riguardante i miracoli di Francesco (3Cel).
  • 1253 –Quarta lettera ad Agnese e Testamento di Chiara.

– 9 agosto: Innocenzo IV conferma la Regola di Chiara, per il monastero di San Damiano in Assisi.

– 11 agosto: Chiara muore a San Damiano.

– 18 ottobre: Innocenzo IV chiede l'apertura del processo di canonizzazione di Chiara.

  • 1255 – 15 agosto: Chiara è canonizzata da Alessandro IV ad Anagni (anche se non certa, questa è la data più sicura).
  • 1250-1260 – Composizione del Sacrum Commercium.
  • 1257 – Deposizione di Giovanni da Parma; viene eletto ministro generale Bonaventura da Bagnoregio.
  • 1260 – Il capitolo generale, riunito a Narbona, conferisce mandato a Bonaventura di scrivere una nuova vita di san Francesco e promulga nuove costituzioni generali.
  • 1263 – A Pisa, il capitolo generale approva la Legenda maior.
  • 1266 – A Parigi, il capitolo generale decreta la distruzione di tutte le vite di san Francesco, fatta eccezione per l'opera di Bonaventura.
  • 1276 – Il capitolo generale, riunito a Padova, ordina il recupero della precedente memoria su san Francesco. Dopo quella data, con il materiale raccolto nell'indagine promossa da Crescenzio da Iesi vengono realizzate la Compilazione di Assisi e la Leggenda dei tre Compagni.
  • 1289 – 18 agosto: con la bolla Supra montem Niccolò IV istituisce ufficialmente il Terz'Ordine francescano, facendovi confluire i precedenti movimenti penitenziali.
  • 1305 – Ubertino da Casale, confinato alla Verna, scrive una prima redazione dell'Albero della vita crocifissa di Gesù.
  • 1318 c. – Redazione dello Specchio di perfezione.
  • 1325 c. – Angelo Clareno conclude il Libro delle cronache o delle tribolazioni dell'Ordine dei frati minori.
  • 1327-1337 – Redazione degli Actus beati Francisci et sociorum eius; da essi, un anonimo volgarizzatore trarrà, alcuni decenni più tardi, i notissimi Fioretti.

Regola del Serafico Padre San Francesco

Bolla del Papa Onorio III

Onorio, vescovo, servo dei servi di Dio, ai diletti figli, frate Francesco e agli altri frati dell’Ordine dei frati minori, salute e apostolica benedizione. La Sede Apostolica suole accondiscendere ai pii voti e accordare benevolo favore agli onesti desideri dei richiedenti. Pertanto, diletti figli nel Signore, noi, accogliendo le vostre pie suppliche, vi confermiamo con l’autorità apostolica, la Regola del vostro Ordine, approvata dal nostro predecessore papa Innocenzo, di buona memoria e qui trascritta, e l’avvaloriamo con il patrocinio del presente scritto.

 

LA REGOLA è questa:

I: Nel Nome del Signore incomincia la vita dei frati minori

  • La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori.

II: Di coloro che vogliono intraprendere questa vita e come devono essere ricevuti

  • Se alcuni vorranno intraprendere questa vita e verranno dai nostri frati, questi li mandino dai loro ministri provinciali, ai quali soltanto e non ad altri sia concesso di ammettere i frati. I ministri, poi, diligentemente li esaminino intorno alla fede cattolica e ai sacramenti della Chiesa. E se credono tutte queste cose e le vogliono fedelmente professare e osservare fermamente fino alla fine; e non hanno mogli o, qualora le abbiano, esse siano già entrate in monastero o abbiano dato loro il permesso con l’autorizzazione del vescovo diocesano, dopo aver fatto voto di castità; e le mogli siano di tale età che non possa nascere su di loro alcun sospetto; dicano ad essi la parola del santo Vangelo, che «vadano e vendano tutto quello che posseggono e procurino di darlo ai poveri». Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà. E badino i frati e i loro ministri di non essere solleciti delle loro cose temporali, affinché dispongano delle loro cose liberamente, secondo l’ispirazione del Signore. Se tuttavia fosse loro chiesto un consiglio i ministri abbiano la facoltà di mandarli da persone timorate di Dio, perché con il loro consiglio i beni vengano elargiti ai poveri. Poi concedano loro i panni della prova cioè due tonache senza cappuccio e il cingolo e i pantaloni e il capperone fino al cingolo a meno che qual che volta ai ministri non sembri diversamente secondo Dio. Terminato, poi, l’anno della prova, siano ricevuti all’obbedienza, promettendo di osservare sempre questa vita e Regola. E in nessun modo sarà loro lecito di uscire da questa Religione, secondo il decreto del signor Papa; poiché, come dice il Vangelo, «nessuno che mette la mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio». E coloro che hanno già promesso obbedienza, abbiano una tonaca con il cappuccio e un’altra senza, coloro che la vorranno avere. E coloro che sono costretti da necessità possano portare calzature. E tutti i frati si vestano di abiti vili e possano rattopparli con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio. Li ammonisco, però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso.

III: Del Divino Ufficio e del digiuno, e come i frati debbano andare per il mondo

  • I chierici recitino il divino ufficio, secondo il rito della santa Chiesa romana, eccetto il salterio, e perciò potranno avere i breviari. I laici, invece, dicano ventiquattro Pater noster per il mattutino, cinque per le lodi; per prima, terza, sesta, nona, per ciascuna di queste ore, sette; per il Vespro dodici; per compieta sette; e preghino per i defunti. E digiunino dalla festa di Tutti i Santi fino alla Natività del Signore. La santa Quaresima, invece, che incomincia dall’Epifania e dura ininterrottamente per quaranta giorni, quella che il Signore consacrò con il suo santo digiuno, coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e coloro che non vogliono non vi siano obbligati. Ma l’altra, fino alla Resurrezione del Signore, la digiunino. 8 Negli altri tempi non siano tenuti a digiunare, se non il venerdì. Ma in caso di manifesta necessità i frati non siano tenuti al digiuno corporale. Consiglio invece, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole, e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene. E non debbano cavalca re se non siano costretti da evidente necessità o infermità. In qualunque casa entreranno dicano, prima di tutto: Pace a questa casa; e, secondo il santo Vangelo, è loro lecito mangiare di tutti i cibi che saranno loro presentati.

IV: Che i frati non ricevano denari

  • Comando fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia, direttamente o per interposta persona. Tuttavia, i ministri e i custodi, ed essi soltanto, per mezzo di amici spirituali, si prendano sollecita cura per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati, secondo i luoghi e i tempi e i paesi freddi, così come sembrerà convenire alla necessità, salvo sempre, come è stato detto, che non ricevano denari o pecunia.

V: Del modo di lavorare

  • Quei frati ai quali il Signore ha concesso la gra zia di lavorare, lavorino con fedeltà e con devozione così che, allontanato l’ozio, nemico dell’anima, non spengano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale devono servire tutte le altre cose tempora li. Come ricompensa del lavoro ricevano le co se necessarie al corpo, per sé e per i loro fratelli, eccetto denari o pecunia, e questo umilmente, come conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà.

VI: Che i frati di niente si approprino, e del chiedere l’elemosina e dei frati infermi

  • I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in pover – tà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia. Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo. Questa è la sublimità dell’altissima povertà quella che ha costituito voi, fratelli miei carissimi, eredi e re del regno dei cieli, vi ha fatto poveri di cose e ricchi di virtù. Questa sia la vostra parte di eredità, che vi conduce fino alla terra dei viventi. E, aderendo totalmente a questa povertà, fratelli carissimi, non vogliate aver altro sotto il cielo, per sempre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino familiari tra loro. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale? E se uno di essi cadrà malato, gli altri frati lo devono servire come vorrebbero essere serviti essi stessi.

VII: Della penitenza da imporre ai frati che peccano

  • Se dei frati, per istigazione del nemico, avranno mortalmente peccato, per quei peccati per i quali sarà stato ordinato tra i frati di ricorrere ai soli ministri provinciali, i predetti frati siano tenuti a ricorrere ad essi, quanto prima potranno senza indugio. I ministri, poi, se sono sacerdoti, impongano con misericordia ad essi la penitenza; se invece non sono sacerdoti, la facciano imporre da altri sacerdoti dell’Ordine, così come sembrerà ad essi più opportu no, secondo Dio. E devono guardarsi dall’adirarsi e turbarsi per il peccato di qualcuno, perché l’ira ed il turbamento impediscono la carità in sé e negli altri.

VIII: Della elezione del Ministro Generale di questa Fraternita’ e del Capitolo di Pentecoste

  • Tutti i frati siano tenuti ad avere sempre uno dei frati di quest’Ordine come ministro generale e servo di tutta la fraternità e a lui devono fermamente obbedire. Alla sua morte, l’elezione del successore sia fatta dai ministri provinciali e dai custodi nel Capitolo di Pentecoste, al quale i ministri provinciali siano tenuti sempre ad intervenire, dovunque sarà stabilito dal ministro generale; e questo, una volta ogni tre anni o entro un termine maggiore o minore, così come dal predetto ministro sarà ordinato. E se talora ai ministri provinciali ed ai custodi all’unanimità sembrasse che detto ministro non fosse idoneo al servizio e alla comune utilità dei frati, i predetti frati ai quali è commessa l’elezione, siano tenuti, nel nome del Signore, ad eleggersi un altro come loro custode. Dopo il Capitolo di Pentecoste, i singoli ministri e custodi possano, se vogliono e lo credono opportuno, convocare, nello stesso anno, nei loro territori, una volta i loro frati a capitolo.

IX: Dei predicatori

  • I frati non predichino nella diocesi di alcun vescovo qualora dallo stesso vescovo sia stato loro proibito. E nessun frate osi affatto predicare al popolo, se prima non sia stato esaminato ed approvato dal ministro generale di questa fraternità e non abbia ricevuto dal medesimo l’ufficio della predicazione. Ammonisco anche ed esorto gli stessi frati che, nella loro predicazione, le loro parole siano ponderate e caste, a utilità e a edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso, poiché il Signore sulla terra parlò con parole brevi.

X: Dell’ammonizione e della correzione dei frati

  • I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, visitino ed ammoniscano i loro frati e li correggano con umiltà e carità, non comandando ad essi niente che sia contro alla loro anima e alla nostra Regola. I frati, poi, che sono sudditi, si ricordino che per Dio hanno rinnegato la propria volontà. Perciò comando loro fermamente di obbedire ai loro ministri in tutte quelle cose che promisero al Signore di osservare e non sono contrarie all’anima e alla nostra Regola. E dovunque vi siano dei frati che si rendono conto e riconoscano di non poter osservare spiritualmente la Regola, debbano e possono ricorrere ai loro ministri. I ministri, poi, li accolgano con carità e benevolenza e li trattino con tale familiarità che quelli possano parlare e fare con essi così come parlano e fanno i padroni con i loro servi; infatti, così deve essere, che i ministri siano i servi di tutti i frati. Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure o preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione. E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e di avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità, e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poiché dice il Signore: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; beati quelli che sopportano persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. E chi persevererà fino alla fine, questi sarà salvo.

XI: Che i frati non entrino nei monasteri delle monache

  • Comando fermamente a tutti i frati di non avere rapporti o conversazioni sospette con donne, e di non entrare in monasteri di monache, eccetto quelli ai quali è stata data dalla Sede Apostolica una speciale licenza. Né si facciano padrini di uomini o di donne affinché per questa occasione non sorga scandalo tra i frati o riguardo ai frati.

XII: Di coloro che vanno tra i saraceni e tra gli altri infedeli

  • Quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare tra i Saraceni e tra gli altri infedeli, ne chiedano il permesso ai loro ministri provinciali. I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andarvi se non a quelli che riterranno idonei ad essere mandati. Inoltre, impongo per obbedienza ai ministri che chiedano al signor Papa uno dei cardinali della santa Chiesa romana, il quale sia governatore, protettore e correttore di questa fraternità, affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.

                          Termina la Regola e Vita dei Frati Minori.

 

Conferma della REGOLA

Pertanto a nessuno, in alcun modo, sia lecito di invalidare questo scritto della nostra conferma o di opporsi ad esso con audacia e temerarietà. Se poi qualcuno presumerà di tentarlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Laterano, il 29 novembre, anno ottavo del nostro Pontificato (1223).

LE AMMONIZIONI DI SAN FRANCESCO

  • I. Il corpo del Signore.

[141] Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma da ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto". Gli dice

Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". Gesù gli dice: " Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto?

Filippo, chi vede me, vede anche il Padre mio".

Il Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio. Perciò non può essere visto che nello spirito, poiché è lo spirito che dà la vita; la carne non giova a nulla. Ma anche il Figlio, in ciò per cui è uguale al Padre, non può essere visto da alcuno in maniera diversa dal Padre e in maniera diversa dallo Spirito Santo.

[142] Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l'umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati. E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene

santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l'altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è l'Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice: " Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza [che sarà sparso per molti"], e ancora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna".

[143] Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, è lui che riceve il santissimo corpo e il sangue del Signore. Tutti gli altri, che non partecipano dello stesso Spirito e presumono ricevere il santissimo corpo e sangue del Signore, mangiano e bevono la loro condanna. Perciò: Figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? Perché non conoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio?

[144] Ecco ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote. E

come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli

era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero.

[145] E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli, come egli stesso dice: " Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo".

  • II. Il male della propria volontà.

[146] Disse il Signore a Adamo: " Mangia pure i frutti di qualunque albero, ma dell'albero della scienza del bene e del male non ne mangiare". Adamo poteva dunque mangiare i frutti di qualunque albero del Paradiso; egli, finché non

contravvenne all'obbedienza non peccò.

[147] Mangia, infatti dell'albero della scienza del bene colui che si appropria la sua volontà e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui; e così, per suggestione del diavolo e per la trasgressione del comando, è diventato per lui il

frutto della scienza del male. Bisogna perciò che ne sopporti la pena.

  • III. L'obbedienza perfetta.

[148] Dice il Signore nel Vangelo: " chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo", e " Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà".

Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo colui che sottomette totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. E qualunque cosa fa o dice che egli sa non essere contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza.

[149] E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, volentieri sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa è l'obbedienza caritativa, perché compiace a Dio ed al prossimo.

[150] Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni. E se per questo dovrà sostenere persecuzione da parte di alcuni, li ami di più per amore di Dio. Infatti, chi sostiene la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché sacrifica la sua anima per i suoi fratelli.

[151] Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi.

  • IV. Che nessuno si appropri la carica di superiore.

[152] Dice il Signore: " Non sono venuto per essere servito ma per servire". Coloro che sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto devono gloriarsi di quell'ufficio prelatizio, quanto se fossero deputati all'ufficio di lavare i piedi ai

fratelli. E quanto più si turbano se viene loro tolta la carica che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi, tanto più mettono insieme per sé un tesoro fraudolento a pericolo della loro anima.

  • V. Che nessuno si insuperbisca, ma ognuno si glori nella croce del Signore.

[153] Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito.

[154] E tutte le creature, che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la propria natura, servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa puoi dunque gloriarti?

Infatti se tu fossi tanto sottile e sapiente da possedere tutta la scienza e da saper interpretare tutte le lingue e acutamente per scrutare le cose celesti, in tutto questo non potesti gloriarti; poiché un solo demonio seppe delle realtà celesti e ora sa di quelle terrene più di tutti gli uomini insieme, quantunque sia esistito qualcuno che ricevette dal Signore una speciale cognizione della somma sapienza.

Ugualmente, se anche tu fossi il più bello e il più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza, ed in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

  • VI. L'imitazione del Signore.

[155] Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce.

Le pecore del Signore l'hanno seguito nella tribolazione e persecuzione nell'ignominia e nella fame, nella infermità e nella tentazione e in altre simili cose; e ne hanno ricevuto in cambio dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il semplice raccontarle.

  • VII. La pratica del bene deve accompagnare la scienza.

[156] Dice l'apostolo: "La lettera uccide, lo spirito invece dà vita". Sono morti a causa della lettera coloro che unicamente bramano sapere le sole parole, per essere ritenuti i più sapienti in mezzo agli altri e potere acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici.

Così pure sono morti a causa della lettera, quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri. E sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura coloro che ogni scienza che sanno e desiderano sapere, non l'attribuiscono al proprio io, ma la restituiscono con la parola e con l'esempio all'altissimo Signore Dio, al quale appartiene ogni bene.

  • VIII. Evitare il peccato d'invidia.

[157] Dice l'apostolo: "Nessuno può dire: Signore Gesù se non nello Spirito Santo", e ancora: "Non c'è chi fa il bene, non ce n'è neppure uno".

Perciò, chiunque invidia il suo fratello riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene.

  • IX. Amare i nemici.

[158] Dice il Signore: "Amate i vostri nemici [e fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano]". Infatti, veramente ama il suo nemico colui che non si duole per l'ingiuria che quegli gli fa,

ma brucia nel suo intimo, per l'amore di Dio, a motivo del peccato dell'anima di lui. E gli dimostri con le opere il suo amore.

  • X. La mortificazione del corpo.

[159] Ci sono molti che, quando peccano o ricevono un'ingiuria, spesso incolpano il nemico o il prossimo. Ma non è così, poiché ognuno ha in suo potere il nemico, cioè il corpo, per mezzo del quale pecca. Perciò e beato quel servo che terrà sempre prigioniero un tale nemico affidato in suo potere e sapientemente si custodirà dal medesimo; poiché, finché si comporterà così, nessun altro nemico visibile o invisibile gli potrà nuocere.

  • XI. Non lasciarsi guastare a causa del peccato altrui.

[160] Al servo di Dio nessuna cosa deve dispiacere eccetto il peccato. E in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo di Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per se

come un tesoro quella colpa. Quel servo di Dio che non si adira ne si turba per alcunché, davvero vive senza nulla di proprio. Ed egli è beato perché, rendendo a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, non gli rimane nulla per sé.

  • XII. Come riconoscere lo Spirito del Signore.

[161] A questo segno si può riconoscere il servo di Dio, se ha lo spirito del Signore: se, quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua "carne" non se ne inorgoglisce - poiché la "carne" è sempre contraria ad ogni bene - ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima più piccolo di tutti gli altri uomini.

  • XIII. La pazienza.

[162] Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.

Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più.

  • XIV. La povertà di spirito.

[163] Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.

Ci sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, tosto si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono nella guancia.

  • XV. I pacifici.

[164] Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio.

Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l'amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell'anima e nel corpo.

  • XVI. La purezza di cuore.

[165] Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio.

Veramente puri di cuore sono coloro che disdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro.

  • XVII. L'umile servo di Dio.

[166] Beato quel servo il quale non si inorgoglisce per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui, più che per il bene che dice e opera per mezzo di un altro. Pecca l'uomo che vuol ricevere dal suo prossimo più di quanto non vuole dare di sé al Signore Dio.

  • XVIII. La compassione per il prossimo.

[167] Beato l'uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile.

[168] Beato il servo che restituisce tutti i suoi beni al Signore Iddio, perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del Signore suo Dio, e gli sarà tolto ciò che credeva di possedere.

  • XIX. L'umile servo di Dio.

[169] Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l'uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più. Guai a quel religioso, che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. E beato quel servo, che non viene posto in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi degli altri.

  • XX. Il buon religioso e il religioso vano.

[170] Beato quel religioso che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all'amore di Dio con gaudio e letizia. Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e frivole e con esse conduce gli uomini al riso.

  • XXI. Il religioso leggero e loquace.

[171] Beato il servo che, quando parla, non manifesta tutte le sue cose, con la speranza di una mercede, e non è veloce a parlare, ma sapientemente pondera di che parlare e come rispondere. Guai a quel religioso che non custodisce nel suo cuore i beni che il Signore gli mostra e non li manifesta agli altri nelle opere, ma piuttosto, con la speranza di una mercede, brama manifestarli agli uomini a parole. Questi riceve già la sua mercede e chi ascolta ne riporta poco frutto.

  • XXII. Della correzione fraterna.

[172] Beato il servo che è disposto a sopportare così pazientemente da un altro la correzione, l'accusa e il rimprovero, come se li facesse a sé. Beato il servo che, rimproverato, di buon animo accetta, si sottomette con modestia, umilmente confessa e volentieri ripara. Beato il servo che non è veloce a scusarsi e umilmente sopporta la vergogna e la riprensione per un peccato, sebbene non abbia commesso colpa.

  • XXIII. La vera umiltà.

[173] Beato il servo che viene trovato così umile tra i suoi sudditi come quando fosse tra i suoi padroni. Beato il servo che si mantiene sempre sotto la verga della correzione. E' servo fedele e prudente colui che di tutti i suoi peccati non tarda a punirsi, interiormente per mezzo della contrizione ed esteriormente con la confessione e con opere di riparazione.

  • XXIV. La vera dilezione.

[174] Beato il servo che tanto è disposto ad amare il suo fratello quando è infermo, e perciò non può ricambiargli il servizio, quanto l'ama quando è sano, e può ricambiarglielo.

  • XXV. Ancora della vera dilezione.

[175] Beato il servo che tanto amerebbe e temerebbe un suo fratello quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui, e non direbbe dietro le sue spalle niente che con carità non possa dire in sua presenza.

  • XXVI. Che i servi di Dio onorino i chierici.

[176] Beato il servo che ha fede nei chierici che vivono rettamente secondo le norme della Chiesa romana. E guai a coloro che li disprezzano. Quand'anche infatti siano peccatori , tuttavia nessuno li deve giudicare, poiché il Signore esplicitamente ha riservato solo a se stesso il diritto di giudicarli.

Invero, quanto più grande è il ministero che essi svolgono del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo che proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, tanto maggiore peccato commettono coloro che peccano contro di essi, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo.

  • XXVII. Come le virtù allontanano i vizi.

[177] Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza.

Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento.

Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia né avarizia.

Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione.

Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, ivi il nemico non può trovare via d'entrata.

Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza.

  • XXVIII. Il bene va nascosto perché non si perda.

[178] Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama di manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà.

Beato il servo che conserva nel suo cuore i segreti del Signore.

Le ammonizioni in video-commento

Il grande Testamento scritto nel Settembre del 1226.

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    Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo.

    E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

    E il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

    Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi.

   E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà.

   E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri.

  E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi.

  E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in un luogo decoroso.

  E dobbiamo onorare e rispettare tutti i teologi e coloro che annunciano la divina parola, così come coloro che ci danno lo spirito e la vita.

  E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io con poche parole e semplicemente lo feci scrivere e il signor Papa me lo confermò.

  E quelli che venivano per ricevere questa vita, davano ai poveri tutte quelle cose che potevano avere; ed erano contenti di una sola tonaca rappezzata dentro e fuori, quelli che volevano, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più.

 E dicevamo l’ufficio, i chierici come gli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster; a assai volentieri rimanevamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e soggetti a tutti. E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio. Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore chiedendo l’elemosina di porta in porta.

  Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: Il Signore ti dia pace.

 Si guardino i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non siano come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini.

  Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, ovunque sono, non osino chiedere lettera alcuna nella curia romana direttamente o per mezzo di interposta persona, né per le chiese, né per altri luoghi, né per motivo della predicazione, né per la persecuzione dei loro corpi, ma, dove non saranno ricevuti, fuggano in altra terra a far penitenza con la benedizione di Dio.

  E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di darmi. E così io voglio essere schiavo nelle sue mani che non possa andare e fare oltre l’obbedienza e la sua volontà, poiché egli è mio signore. E sebbene sia semplice ed infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico che mi reciti l’ufficio, così come è detto nella Regola.

  E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire così ai loro guardiani e a recitare l’ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non recitano l’ufficio secondo la Regola o volessero comunque variarlo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque sono, siano tenuti per obbedienza, appena trovato uno di essi, a consegnarlo al custode più vicino al luogo dove l’avranno trovato. E il custodia sia tenuto fermamente per obbedienza, a custodirlo severamente come un uomo in prigione, giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano, finché personalmente lo consegni nelle mani del suo ministro.

  E il ministro sia tenuto fermamente per obbedienza a farlo scortare per mezzo di frati che lo custodiscano giorno e notte come un prigioniero, finché non lo consegnino al cardinale di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità.

 E non stiano a dire i frati che questa è un’altra Regola; poiché questa è un ricordo, un’ammonizione, una esortazione e il mio testamento che io frate Francesco poverello faccio a voi, fratelli miei benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.

 E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi per obbedienza siano tenuti a non aggiungere e a non togliere niente a queste parole.

 E sempre tengano con sé questo scritto insieme con la Regola. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole. E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente per obbedienza che non aggiungano spiegazioni alla Regola e a queste parole dicendo: Così si devono intendere; ma come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere la Regola e queste parole con semplicità e purezza, così semplicemente e senza commento dovete comprenderle e santamente osservarle sino alla fine.

 E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ripieno della benedizione del diletto Figlio suo col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi.   Ed io, frate Francesco, il più piccolo dei frati, vostro servo, come posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. Amen.

 

PICCOLO TESTAMENTO 

(Siena, aprile-maggio 1226)

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  «Scrivi che benedico tutti i miei frati che sono ora nell'Ordine e quelli che vi entreranno fino alla fine del mondo. 2 Siccome non posso parlare a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre esortazioni.

 Cioé: in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro,

 sempre amino ed osservino la nostra signora la santa povertà,

 e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».