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LA VITA - LA REGOLA- IL TESTAMENTO

Cronologia di Santa Chiara

1193-94 Nascita di Chiara Offredduccio di Favarone.

1198 Rivolta dei borghesi d’Assisi che fondano il Comune.

1203-1205 La famiglia di Chiara con le altre famiglie nobili di Assisi va in esilio a Perugia.

 

1210 Francesco predica in Assisi. Chiara assiste alle prediche di Francesco.

1212 Chiara fugge da casa verso la Porziuncola. Francesco l’accoglie e le taglia i capelli. Breve periodo presso le Benedettine e, in seguito, a Sant’Angelo in Panzo. Successiva sistemazione definitiva a San Damiano.

1215 Concilio Lateranense IV.

 

1224 Inizio della malattia di Chiara.

 

1227 Il Papa conferma alle Sorelle di San Damiano l’assistenza dei Frati.

1228 Francesco viene proclamato Santo da Papa Gregorio IX in Assisi.

Il Papa Gregorio IX visita Chiara a San Damiano e le concede il “Privilegio dell’Altissima Povertà”.

1240 I Saraceni assalgono san Damiano: Chiara intercede per la sua Comunità.

1241 Il 22 giugno, per la preghiera delle Sorelle, la città di Assisi è liberata dall’assedio delle armate imperiali di Vitale d’Aversa.

1247 Papa Innocenzo IV scrive una Regola per le Damianite associandole all’Ordine Francescano.

1253 Chiara scrive una Forma di vita che Papa Innocenzo IV approva il 9 agosto. Due giorni dopo. l’11 agosto, Chiara muore rendendo grazie a Dio con queste parole: “Tu, Signore che mi hai creato, sii benedetto.”

1255 Chiara viene proclamata Santa da Papa Alessandro IV.

LA BIOGRAFIA 

   Chiara nasce in Assisi nel 1194. Dicono che la sua famiglia fosse di quelle tra le più nobili e che sua madre Ortolana, prossima a partorire, pregasse intensamente il Signore perché la salvasse dai pericoli del parto. Una voce la rassicurò: non temere, darai al mondo una luce che aggiungerà chiarore alla luce stessa. Illuminata da questa profezia volle che la bimba si chiamasse Chiara. Il padre, Favarone di Offreduccio, morì quando Chiara era ancora bambina. Aveva anche due sorelle: Beatrice e Caterina. La prematura morte del padre, la fuga a Perugia e alcune difficoltà economiche contribuirono a formare in Chiara un carattere deciso e temprato. Tutto le sarebbe stato necessario per la vita evangelica nella quale sarebbe entrata più tardi. Se la giovinezza di Francesco fu piuttosto movimentata, quella di Chiara invece fu condotta in modo lineare e trasparente. A soli 13 anni volle far pervenire degli aiuti a dei poveri che lavoravano per restaurare la chiesetta della Porziuncola, forse senza sapere che Francesco stava con loro. Quell’elemosina poté essere il primo anello dell’accostamento decisivo tra Francesco e Chiara. Nel 1211 i parenti stavano per programmare il suo matrimonio, ma la giovane non acconsentì: in questo suo gesto risoluto non possiamo escludere una ricerca attiva per situarsi nel mondo in una forma particolare. Le cose cominciarono a prendere una direzione diversa quando Francesco irruppe nella vita di Chiara. O meglio fu Chiara ad essere attratta da Francesco e dal suo stile di vita, e desiderava stare con lui frequentemente. Secondo la sua amica Bona di Guelfuccio, che l’accompagnava spesso, il tema di quegli incontri era la maniera di vivere la sequela di Cristo. La notte della domenica della Palme, 18 marzo 1212, Chiara uscì di casa per andare alla Porziuncola dove, dopo una breve preghiera, si consacrò a Dio con il taglio dei capelli. Notte decisiva e che lasciò il segno nella vita di una donna che si orientava in maniera definitiva e irrevocabile all’avventura evangelica. La reazione dei parenti non si fece aspettare: irruppero nel monastero di San Paolo di Bastia, dove Francesco l’aveva condotta dopo quella notte. Non ottennero il loro scopo perché Chiara si era assoggettata al diritto ecclesiastico facendosi tonsurare. Poche settimane dopo anche la sorella Caterina la raggiunse, volendo porsi senza riserve al servizio di Dio. Il padre Francesco, di sua mano, le tagliò i capelli consacrandola al Signore con il nuovo nome di Agnese e preparò per loro una specie di alloggio annesso alla chiesetta di San Damiano. Dopo Agnese vennero Pacifica, Balvina, Filippa e Bonaventura. Francesco scrisse per Chiara e le sue sorelle una forma di vita indicando la povertà come scelta prioritaria. Nel 1216, volendo che la sua famiglia religiosa si nominasse con il nome della povertà, Chiara chiese a papa Innocenzo III il Privilegio della povertà, cioè il privilegio di non possedere nulla. La lotta per la povertà è stata senza dubbio ciò che maggiormente ha caratterizzato la vita di Chiara e delle sue sorelle. Chiara per anni e anni fu un’ammalata cronica. Dal suo povero giaciglio fu l’anima di San Damiano e di centinaia di monasteri che Dio aveva fatto via via germogliare prodigiosamente da quel seme primitivo: più di sessanta in Italia e una quarantina nelle altre nazioni europee. Gli stessi frati più fedeli all’ideale puro di Francesco, orfani ormai del padre e sottoposti ad una fase di grande crisi istituzionale, andavano a visitarla per cercare in lei chiarezza e forza. Morì l’11 agosto 1253 lodando il Signore con le parole “Sii benedetto, Tu che mi hai creata”. Due anni dopo, 1255, papa Alessandro IV la proclamò Santa. Prima di essere collocata nell’attuale Basilica a lei dedicata, fu sepolta in Assisi nella chiesa di San Giorgio dove, per alcuni anni, era stato deposto il corpo di san Francesco.

NEL NOME DEL SIGNORE

INCOMINCIA LA FORMA DI VITA  DELLE SORELLE POVERE

La Forma di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere,

istituita dal beato Francesco, è questa:

  Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

   Chiara, indegna serva di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco, promette obbedienza e riverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi successori, canonicamente eletti e alla Chiesa Romana.

   E, come al principio della sua conversione, insieme alle sue sorelle, promise obbedienza al beato Francesco, cosi promette di mantenerla inviolabilmente ai suoi successori.

  Le altre sorelle siano tenute ad obbedire sempre ai successori del beato Francesco e a sorella Chiara e alle altre abbadesse, che le succederanno mediante elezione canonica.

  • 2. DI COLORO CHE VOGLIONO ABBRACCIARE QUESTA VITA

E COME DEVONO ESSERE RICEVUTE

   Quando qualcuna, per divina ispirazione, verrà a noi con la determinazione di abbracciare questa vita, l’abbadessa sia tenuta a chiedere il consenso di tutte le sorelle, e se la maggioranza acconsentirà, la possa accettare, dopo aver ottenuto licenza dal signor cardinale nostro protettore.

  Se le sembra idonea ad essere accettata, la esamini con diligenza, o la faccia esaminare intorno alla fede cattolica e ai sacramenti della Chiesa.

  E se crede tutte queste cose, ed è risoluta a confessarle fedelmente e ad osservarle con fermezza sino alla fine; e non ha marito, o se l’ha, ha già abbracciato la vita religiosa con l’autorità del vescovo diocesano ed ha già fatto voto di continenza; e se, inoltre, non è impedita dall’osservare questa vita da età avanzata o da qualche infermità o deficienza mentale, le si esponga diligentemente il tenore della nostra vita.

   E se sarà idonea, le si dica la parola del santo Vangelo: che vada e venda tutte le sue sostanze e procuri di distribuirle ai poveri. Se ciò non potesse fare, basta ad essa la buona volontà.

  Si guardino però l’abbadessa e le sue sorelle dal preoccuparsi per le cose temporali di lei, affinché ne disponga liberamente, come le verrà ispirato dal Signore. Se tuttavia domandasse consiglio, la indirizzino a persone prudenti e timorate di Dio, col consiglio delle quali vengano distribuiti i suoi beni.

   Poi, tosati i capelli in tondo e deposto l’abito secolare, le conceda tre tonache e il mantello. Da quel momento non le è più lecito uscire fuori di monastero, senza un utile, ragionevole, manifesto e approvato motivo.

  Finito poi l’anno della prova, sia ricevuta all’obbedienza, promettendo d’osservare sempre la vita e la forma della nostra povertà.

  Non si conceda a nessuna il velo durante il tempo della prova. Le sorelle possono avere anche le mantellette per comodità e convenienza del servizio e del lavoro. L’abbadessa poi le provveda di vestimenti con discrezione, secondo la qualità delle persone, i luoghi e i tempi e i paesi freddi, conforme vedrà essere richiesto dalla necessità.

  Le giovanette, accolte in monastero prima della legittima età, siano tosate in tondo e, deposto l’abito secolare, indossino un abito da religiosa, come parrà all’abbadessa. Raggiunta poi l’età legittima, vestite alla maniera delle altre, facciano la loro professione.

  Ad esse, come alle altre novizie, l’abbadessa assegni con sollecitudine una maestra tra le più assennate del monastero, la quale le istruisca con cura intorno al modo di vivere santamente da religiose e alle oneste costumanze secondo la forma della nostra professione. Le medesime norme si osservino nell’esame e nell’accettazione delle sorelle che presteranno il loro servizio fuori del monastero; esse però potranno usare calzature.

  Non si ammetta nessuna a dimorare con noi in monastero se non sia stata ricevuta secondo la forma della nostra professione.

  E per amore del santissimo Bambino, ravvolto in poveri pannicelli e adagiato nel presepio, e della sua santissima Madre, ammonisco, prego caldamente ed esorto le mie sorelle a vestire sempre indumenti vili.

  •                          3. DELL’UFFICIO DIVINO E DEL DIGIUNO                               DELLA CONFESSIONE E COMUNIONE

  Le sorelle che sanno leggere celebrino l’ufficio divino secondo la consuetudine dei frati minori, e perciò potranno avere i breviari, leggendo senza canto. Se qualcuna, per un motivo ragionevole, a volte non potesse recitare leggendo le sue Ore, le sia lecito dire i Pater noster, come le altre sorelle.

  Quelle invece che non sanno leggere, dicano ventiquattro Pater noster per il Mattutino, cinque per le Lodi; per prima, terza, sesta e nona, per ciascuna di queste Ore, sette; per il Vespro dodici; per Compieta sette. Inoltre dicano ancora per i defunti sette Pater noster con il Requiem per il Vespro e dodici per il Mattutino, quando le sorelle che sanno leggere sono tenute a recitare l’Ufficio dei morti. Alla morte poi di una sorella del nostro monastero, dicano cinquanta Pater noster.

  Le Sorelle digiunino in ogni tempo. Ma nel Natale del Signore, in qualunque giorno cada, possano rifocillarsi due volte. Con le giovanette, le deboli e le sorelle che servono fuori del monastero, si dispensi misericordiosamente, come parrà all’abbadessa. Ma in tempo di manifesta necessità, le sorelle non siano tenute al digiuno corporale.

  Si confessino almeno dodici volte l’anno, con licenza dell’abbadessa. E devono guardarsi allora dal frammischiare altri discorsi che non facciano al caso della confessione e della salute dell’anima.

   Si comunichino sette volte l’anno, cioè: nel Natale del Signore, nel Giovedì santo, nella Resurrezione del Signore, nella Pentecoste, nell’Assunzione della beata Vergine, nella festa di san Francesco e nella festa d’Ognissanti.

Per comunicare le sorelle, sia sane che inferme, è lecito al cappellano celebrare all’interno.

  •            4. DELLA ELEZIONE E DELL’UFFICIO DI ABBADESSA.                                   DEL CAPITOLO, DELLE RESPONSABILI DEGLI                     UFFICI E DELLE DISCRETE

   Nella elezione dell’abbadessa le sorelle siano tenute ad osservare la forma canonica.

   Esse poi procurino con sollecitudine di avere il ministro generale o provinciale dell’Ordine dei frati minori, il quale mediante la parola di Dio le disponga alla perfetta concordia e alla utilità comune nella elezione da farsi.

  E non si elegga se non una professa. E se fosse eletta una non professa o venisse data in altro modo, non le si presti obbedienza se prima non avrà fatta la professione della forma della nostra povertà. Alla sua morte, si faccia l’elezione di un’altra abbadessa.

  E se talora sembrasse alla generalità delle sorelle che la predetta non fosse idonea al servizio e alla comune utilità di esse, le dette sorelle siano tenute ad eleggerne, quanto prima possono e nel modo sopraddetto, un’altra per loro abbadessa e madre.

  L’eletta poi consideri qual carico ha accettato sopra di sé e a Chi deve rendere conto del gregge affidatole. 1Si studi anche di presiedere alle altre più per virtù e santità di vita che per ufficio, affinché le sorelle, provocate dal suo esempio, le obbediscano più per amore che per timore.

  Si guardi dalle amicizie particolari, affinché non avvenga che, amando alcune più delle altre, rechi scandalo a tutte.

Consoli le afflitte. Sia ancora l’ultimo rifugio delle tribolate perché, se mancassero presso di lei i rimedi di salute, non abbia a prevalere nelle inferme il morbo della disperazione.

  Conservi la vita comune in tutto, ma specialmente in chiesa, in dormitorio, in refettorio, nell’infermeria e nelle vesti. E ciò è tenuta a fare allo stesso modo anche la sua vicaria.

  L’abbadessa sia tenuta a convocare a Capitolo le sue sorelle, almeno una volta la settimana. Ivi, tanto lei quanto le sorelle debbano accusarsi umilmente delle comuni e pubbliche mancanze e negligenze. Ivi ancora discuta con le sue sorelle circa le cose da fare per l’utilità e il bene del monastero. Spesso infatti il Signore manifesta ciò che è meglio al più piccolo.

  Non si contragga alcun debito grave, se non di comune consenso delle sorelle e per manifesta necessità, e questo per mezzo del procuratore. Si guardi poi l’abbadessa con le sue sorelle dal ricevere alcun deposito in monastero, poiché da ciò nascono spesso disturbi e scandali.

  Allo scopo di conservare l’unità della scambievole carità e della pace, tutte le responsabili dell’ufficio del monastero vengano elette di comune consenso di tutte le sorelle. E nello stesso modo si eleggano almeno otto sorelle delle più assennate, del consiglio delle quali l’abbadessa è obbligata a servirsi in ciò che è richiesto dalla forma della nostra vita.

  Se qualche volta sembrasse utile e conveniente, le sorelle possano anche e debbano rimuovere le responsabili e le discrete ed eleggerne altre al loro posto.

  • 5. DEL SILENZIO, DEL PARLATORIO E DELLA GRATA

  Le sorelle osservino il silenzio dall’ora di compieta fino a terza, eccettuate le sorelle che prestano servizio fuori del monastero. Osservino ancora silenzio continuo in chiesa, in dormitorio e in refettorio soltanto quando mangiano. Si eccettua l’infermeria, dove, per sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione. Possano tuttavia, sempre e ovunque, comunicare quanto è necessario, ma con brevità e sottovoce.

  Non sia lecito alle sorelle accedere al parlatorio o alla grata, senza licenza dell’abbadessa o della sua vicaria; e quelle che ne hanno licenza, non ardiscano parlare nel parlatorio, se non alla presenza e ascoltate da due sorelle.

  Non presumano poi di recarsi alla grata, se non siano presenti, assegnate dall’abbadessa o dalla vicaria, almeno tre di quelle otto discrete che furono elette da tutte le sorelle come Consiglio dell’abbadessa. Questa forma nel parlare siano tenute ad osservarla per conto proprio anche l’abbadessa e la sua vicaria. E quanto si è detto per la grata avvenga molto di rado; alla porta poi non si faccia in nessun modo. A detta grata sia applicata dalla parte interna un panno, che non sia tolto se non quando si predica la divina parola o alcuna parli a qualcuno. Abbia inoltre una porta di legno, ben difesa da due differenti serrature in ferro, da imposte e chiavistelli, affinché, specialmente di notte, sia chiusa con due chiavi, una delle quali la tenga l’abbadessa e l’altra la sacrestana; e rimanga sempre chiusa, fuorché quando si ascolta il divino ufficio e per i motivi sopra esposti. Non è lecito assolutamente a nessuna parlare ad alcuno alla grata prima della levata del sole o dopo il tramonto.

  Al parlatorio poi, vi sia sempre, dalla parte interna, un panno che non deve essere rimosso per nessun motivo. Durante la quaresima di san Martino e la quaresima maggiore nessuna parli al parlatorio, se non al sacerdote per motivo di confessione o di altra manifesta necessità. Ciò è riservato alla prudenza dell’abbadessa o della sua vicaria.

  • 6. LE PROMESSE DEL BEATO FRANCESCO E DEL NON AVERE POSSEDIMENTI

   Dopo che l’altissimo Padre celeste si degnò illuminare l’anima mia mediante la sua grazia perché, seguendo l’esempio e gli insegnamenti del beatissimo padre nostro Francesco, io facessi penitenza, poco tempo dopo la conversione di lui, liberamente, insieme con le mie sorelle, gli promisi obbedienza.

  Il beato padre, poi, considerando che noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, che anzi l’avevamo in conto di grande delizia, mosso da paterno affetto, scrisse per noi la forma di vita in questo modo: «Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo, voglio e prometto, da parte mia e dei miei frati, di avere sempre di voi, come di loro, attenta cura e sollecitudine speciale».

 *Ciò che egli con tutta fedeltà ha adempiuto finché visse, e volle che dai frati fosse sempre adempito.

  E affinché non ci allontanassimo mai dalla santissima povertà che abbracciammo, e neppure quelle che sarebbero venute dopo di noi, poco prima della sua morte di nuovo scrisse per noi la sua ultima volontà con queste parole: «Io frate Francesco piccolino, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e perseverare in essa sino alla fine. E prego voi, mie signore e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi molto bene dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per l’insegnamento o il consiglio di alcuno».

  E come io, insieme con le mie sorelle, sono stata sempre sollecita di mantenere la santa povertà che abbiamo promesso al Signore Iddio e al beato Francesco, così le abbadesse che mi succederanno nell’ufficio e tutte le sorelle siano tenute ad osservarla inviolabilmente fino alla fine: a non accettare, cioè, né avere possedimenti o proprietà né da sé, né per mezzo di interposta persona, e neppure cosa alcuna che possa con ragione essere chiamata proprietà, se non quel tanto di terra richiesto dalla necessità, per la convenienza e l’isolamento del monastero; ma quella terra sia coltivata solo a orto per il loro sostentamento.

  • 7. DEL MODO DI LAVORARE

  Le sorelle alle quali il Signore ha dato la grazia di lavorare, lavorino, dopo l’ora di terza, applicandosi a lavori decorosi e di comune utilità, con fedeltà e devozione, in modo tale che, bandito l’ozio, nemico dell’anima, non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire.

  E l’abbadessa o la sua vicaria sia tenuta ad assegnare in capitolo, davanti a tutte, il lavoro che ciascuna dovrà svolgere con le proprie mani. Ci si comporti allo stesso modo quando qualche persona mandasse delle elemosine, affinché si preghi in comune per lei.

  E tutte queste cose vengano distribuite dall’abbadessa o dalla sua vicaria col consiglio delle discrete a comune utilità.

  • 8. CHE LE SORELLE NON SI APPROPRINO DI NULLA.                                DEL CHIEDERE L’ELEMOSINA E DELLE SORELLE AMMALATE

   Le sorelle non si approprino di nulla, né della casa, né del luogo, né d’alcuna cosa, e come pellegrine e forestiere in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, con fiducia mandino per la elemosina. E non devono vergognarsi, poiché il Signore si fece per noi povero in questo mondo. È questo quel vertice dell’altissima povertà, che ha costituto voi, sorelle mie carissime, eredi e regine del regno dei cieli, vi ha reso povere di sostanze, ma ricche di virtù. Questa sia la vostra parte di eredità, che introduce nella terra dei viventi. Aderendo totalmente ad essa, non vogliate mai, sorelle dilettissime, avere altro sotto il cielo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre.

   Non sia lecito ad alcuna sorella mandare lettere, o ricevere o dare cosa alcuna fuori del monastero, senza licenza dell’abbadessa. Né sia lecito tenere cosa alcuna che non sia stata data o permessa dall’abbadessa. Che se le venga mandato qualche cosa dai parenti o da altri, l’abbadessa gliela faccia consegnare.   La sorella poi, se ne ha bisogno, la possa usare; se no, né faccia parte caritatevolmente alla sorella che ne ha bisogno. Se poi le fosse stato mandato del denaro, l’abbadessa, con consiglio delle discrete, le faccia procurare ciò di cui ha bisogno.

   Riguardo alle sorelle ammalate, l’abbadessa sia fermamente tenuta, da sé e per mezzo delle altre sorelle, a informarsi con sollecitudine di quanto richiede la loro infermità, sia quanto a consigli, sia quanto ai cibi ed alle altre necessità, e a provvedere con carità e misericordia, secondo la possibilità del luogo. Poiché tutte sono tenute a provvedere e a servire le loro sorelle ammalate, come vorrebbero essere servite esse stesse nel caso che incorressero in qualche infermità.

   L’una manifesti all’altra con confidenza la sua necessità. E se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggiore cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale!

   Quelle che sono inferme, potranno usare pagliericci e avere guanciali di piuma sotto il capo; e quelle che hanno bisogno di calze e di materasso di lana, ne possano usare. Le suddette inferme, poi, quando vengono visitate da quelli che entrano nel monastero, possano, ciascuna per proprio conto, rispondere brevemente con qualche buona parola a chi rivolge loro la parola.

    Le altre sorelle, invece, che pur ne hanno licenza, non ardiscano parlare a quelli che entrano nel monastero, se non alla presenza e ascoltate da due discrete, designate dall’abbadessa o dalla sua vicaria. Questa forma nel parlare siano tenute ad osservarla anche l’abbadessa e la sua vicaria.

 

  • 9. DELLA PENITENZA DA IMPORRE ALLE SORELLE CHE PECCANO, E DELLE SORELLE CHE PRESTANO SERVIZIO FUORI DEL MONASTERO

   Se qualche sorella, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente contro la forma della nostra professione e, ammonita due o tre volte dall’abbadessa o da altre sorelle, non si sarà emendata, mangi per terra pane e acqua in refettorio, alla presenza di tutte le sorelle, tanti giorni quanti sarà stata contumace, e, se l’abbadessa lo riterrà necessario, sia sottoposta a pena anche più grave. Frattanto, finché rimarrà ostinata, si preghi affinché il Signore disponga il suo cuore a penitenza.

   Tuttavia, l’abbadessa e le sue sorelle si guardino dallo adirarsi e turbarsi per il peccato di alcuna, perché l’ira e il turbamento impediscono la carità in se stesse e nelle altre.

  Se accadesse, il che non sia, che fra una sorella e l’altra sorgesse talvolta, a motivo di parole o di segni, occasione di turbamento e di scandalo, quella che fu causa di turbamento, subito, prima di offrire avanti a Dio l’offerta della sua orazione, non soltanto si getti umilmente ai piedi dell’altra domandando perdono, ma anche con semplicità la preghi di intercedere per lei presso il Signore perché la perdoni. L’altra poi, memore di quella parola del Signore: «Se non perdonerete di cuore, nemmeno il Padre vostro celeste perdonerà voi, perdoni generosamente alla sua sorella ogni offesa fattale».

   Le sorelle che prestano servizio fuori del monastero, non rimangano a lungo fuori, se non lo richieda una causa di manifesta necessità. E devono andare per via con onestà e parlare poco, affinché possano essere sempre motivo di edificazione per quanti le vedono. E si guardino fermamente dall’avere rapporti o incontri sospetti con alcuno. Né facciano da madrine a uomini o donne, affinché per queste occasioni non nasca mormorazione o turbamento.

  Non ardiscano riportare in monastero le chiacchiere del mondo. E di quanto si dice o si fa dentro siano tenute a non riferire fuori dal monastero nulla che possa provocare scandalo. Se capitasse a qualcuna di mancare in queste due cose, per semplicità, spetta alla prudenza dell’abbadessa imporle con misericordia la penitenza. Se invece lo facesse per cattiva consuetudine, l’abbadessa, secondo la qualità della colpa, col consiglio delle discrete imponga una penitenza.

  • 10. DELLA AMMONIZIONE E CORREZIONE DELLE SORELLE

  L’abbadessa ammonisca e visiti le sue sorelle e le corregga con umiltà e carità, non comandando loro cosa alcuna che sia contro la sua anima e la forma della nostra professione.

  Le sorelle suddite, poi, ricordino che hanno rinunciato alla propria volontà per amore di Dio. Quindi siano fermamente tenute a obbedire alle loro abbadesse in tutte le cose che hanno promesso al Signore di osservare e che non sono contrarie all’anima e alla nostra professione.

  L’abbadessa poi, usi verso di loro tale familiarità che possano parlarle e trattare con lei come usano le padrone con la propria serva, poiché così deve essere, che l’abbadessa sia la serva di tutte le sorelle.

  Ammonisco poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione.

Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione.

  E quelle che non sanno di lettere, non si curino di apprenderle, ma attendano a ciò che soprattutto debbono desiderare: avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, a pregarlo sempre con cuore puro e ad avere umiltà, pazienza nella tribolazione e nella infermità, e ad amare quelli che ci perseguitano, riprendono e accusano, perché dice il Signore: «Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. Chi persevererà sino alla fine, questi sarà salvo».

  • 11. DELLA CUSTODIA DELLA CLAUSURA

   La portinaia sia matura come condotta e prudente, e sia di età conveniente. Di giorno rimanga ivi in una cella aperta, senza uscio. Le si assegni anche una compagna idonea, la quale, quando ci sarà bisogno, faccia in tutto le sue veci.

  La porta sia ben difesa da due differenti serrature in ferro, da imposte e chiavistelli, affinché, specialmente di notte, sia chiusa con due chiavi, una delle quali la tenga la portinaia, l’altra l’abbadessa. E di giorno non si lasci mai senza custodia e sia stabilmente chiusa a chiave. Badino poi, con ogni diligenza e procurino che la porta non rimanga mai aperta, se non il minimo possibile secondo la convenienza. E non si apra affatto a chiunque voglia entrare, ma solo a coloro cui sia stato concesso dal sommo pontefice o dal nostro signor cardinale.

  E non permettano che alcuno entri in monastero prima della levata del sole, né vi rimanga dopo il tramonto, se non l’esiga una causa manifesta, ragionevole e inevitabile. Qualora per la benedizione dell’abbadessa, o per la consacrazione a monaca di qualche sorella, o per qualche altro motivo, venga concesso a qualche vescovo di celebrare la Messa nell’interno del monastero, si accontenti del minor numero possibile di compagni e ministri che siano di buona fama.

  Quando poi fosse necessario introdurre nel monastero qualcuno per compiervi dei lavori, l’abbadessa con sollecitudine ponga alla porta una persona adatta, che apra solo agli addetti ai lavori e non ad altri. Tutte le sorelle si guardino, allora, con somma diligenza, che non siano vedute da coloro che entrano.

  • 12. DEL VISITATORE, DEL CAPPELLANO E DEL CARDINALE PROTETTORE

    Il nostro visitatore sia sempre dell’Ordine dei frati minori, secondo la volontà e il mandato del nostro cardinale. E sia tale che ne conosca bene l’integrità di vita. Sarà suo compito correggere, tanto nel capo che nelle membra, le mancanze commesse contro la forma della nostra professione. Egli, stando in luogo pubblico, donde possa essere veduto dalle altre, potrà parlare a molte o a ciascuna in particolare, secondo riterrà più conveniente, di ciò che spetta all’ufficio della visita.

   Chiediamo anche in grazia, allo stesso Ordine, un cappellano con un compagno chierico, di buona fama, discreto e prudente, e due frati laici, amanti del vivere santo e onesto, in aiuto alla nostra povertà, come abbiamo avuto sempre misericordiosamente dal predetto Ordine dei frati minori; e questo per amore di Dio e del beato Francesco.

  Al cappellano non sia lecito entrare in monastero senza il compagno. Ed entrando, stiano in luogo pubblico, così che possano vedersi l’un l’altro ed essere veduti dagli altri. È loro lecito entrare per la confessione delle inferme che non potessero recarsi in parlatorio, per comunicare le medesime, per l’Unzione degli infermi, per la raccomandazione dell’anima. Per le esequie poi, e le messe solenni dei defunti, o per scavare o aprire la sepoltura, o anche per rassettarla, possono entrare persone idonee a sufficienza, secondo il prudente giudizio dell’abbadessa.

   Inoltre le sorelle siano fermamente tenute ad avere sempre come governatore, protettore e correttore, quel cardinale della santa Chiesa romana che sarà stato assegnato ai frati minori dal signor Papa; affinché suddite sempre e soggette ai piedi della stessa santa Chiesa, salde nella fede cattolica, osserviamo in perpetuo la povertà e l’umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e il santo Vangelo, come abbiamo fermamente promesso. Amen.

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Dato a Perugia, il 16 settembre, l’anno decimo del pontificato del signor papa Innocenzo IV.

Pertanto a nessuno sia lecito invalidare questa scrittura della nostra conferma od opporvisi temerariamente.

Se qualcuno poi presumerà di attentarlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Assisi, il 9 agosto, l’anno undicesimo del nostro pontificato.

TESTAMENTO SPIRITUALE DI SANTA CHIARA

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Nel nome del Signore. Amen.

  Tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a   Lui glorioso vive azioni di grazie, grande è quello della nostra vocazione. E quanto più essa è grande e perfetta, tanto maggiormente siamo a lui obbligate. Perciò l’Apostolo ammonisce: «Conosci bene la tua vocazione».

   Il Figlio di Dio si è fatto nostra via; e questa con la parola e con l’esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di lui.

   Dobbiamo, perciò, sorelle carissime, meditare gli immensi benefici di cui Dio ci ha colmate, specialmente quelli che Egli si è degnato di operare tra noi per mezzo del suo diletto servo, il beato padre nostro Francesco, e non solo dopo la nostra conversione, ma fin da quando eravamo ancora tra le vanità del secolo.

   Mentre infatti, lo stesso Santo, che non aveva ancora né frati né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, era intento a riparare la chiesa di San Damiano, dove, ricevendo quella visita del Signore nella quale fu inebriato di celeste consolazione, sentì la spinta decisiva ad abbandonare del tutto il mondo, in un trasporto di grande letizia e illuminato dallo Spirito Santo, profetò a nostro riguardo ciò che in seguito il Signore ha realizzato.

   Salito sopra il muro di detta chiesa, così infatti allora gridava, a voce spiegata e in lingua francese, rivolto ad alcuni poverelli che stavano lì appresso: «Venite ed aiutatemi in quest’opera del monastero di San Damiano, perché tra poco verranno ad abitarlo delle donne, e per la fama e santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa».

   Possiamo, dunque, ammirare in questo fatto la grande bontà di Dio verso di noi: Egli si è degnato, nella sovrabbondante sua misericordia e carità, di ispirare tali parole al suo Santo a proposito della nostra vocazione ed elezione. Non solo di noi, però, il beatissimo nostro padre predisse queste cose, ma anche di tutte le altre che avrebbero seguito questa santa vocazione, alla quale il Signore ci ha chiamate.

   Con quanta sollecita disponibilità e con quanta applicazione di spirito e di corpo dobbiamo perciò eseguire i comandamenti di Dio e del padre nostro Francesco, perché, con l’aiuto divino, possiamo riconsegnare a lui, moltiplicati, i talenti ricevuti!

   Infatti, proprio il Signore ha collocato noi come modello, ad esempio e specchio non solo per gli altri uomini, ma anche per le nostre sorelle, quelle che il Signore stesso ha chiamato a seguire la nostra vocazione, affinché esse pure risplendano come specchio ed esempio per tutti coloro che vivono nel mondo.

   Avendoci, dunque, Egli scelte per un compito tanto elevato, quale è questo, che in noi si possano specchiare tutte coloro che chiama ad essere esempio e specchio degli altri, siamo estremamente tenute a benedire e a lodare il Signore, ed a crescere ogni giorno più nel bene. Perciò, se vivremo secondo la predetta forma di vita, lasceremo alle altre un nobile esempio e, attraverso una fatica di brevissima durata, ci guadagneremo il pallio della beatitudine eterna.

   Dopo che l’altissimo Padre celeste si fu degnato, per sua misericordia e grazia, di illuminare il mio cuore perché incominciassi a fare penitenza, dietro l’esempio e l’ammaestramento del beatissimo padre nostro Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, io, assieme alle poche sorelle che il Signore mi aveva donate poco tempo dopo la mia conversione, liberamente gli promisi obbedienza, conforme alla ispirazione che il Signore ci aveva comunicata attraverso la lodevole vita e l’insegnamento di lui.

  Il beato Francesco poi, costatando che, nonostante la debolezza e fragilità del nostro corpo, non avevamo indietreggiato davanti a nessuna penuria, povertà, fatica e tribolazione, né ignominia o disprezzo del mondo, che, anzi, sull’esempio dei santi e dei suoi frati, tutto ciò stimavamo sommo diletto – cosa questa che lui stesso ed i suoi frati avevano potuto verificare più volte –, molto se ne rallegrò nel Signore.

   Perciò, mosso da un sentimento di paterno affetto verso di noi, obbligò se stesso e la sua Religione ad avere sempre diligente cura e speciale sollecitudine di noi, allo stesso modo che per i suoi frati.

  E così, per volontà del Signore e del beatissimo padre nostro Francesco, venimmo ad abitare accanto alla chiesa di San Damiano. Qui, in breve tempo il Signore, per sua misericordia e grazia, ci moltiplicò assai, perché si adempisse quanto egli stesso aveva preannunciato per bocca del suo Santo. Prima, infatti, avevamo dimorato, ma solo per poco tempo, in altro luogo.

  In seguito egli scrisse per noi una forma di vita, e principalmente che perseverassimo nella santa povertà. Né si accontentò, durante la sua vita terrena, di stimolarci con molte esortazioni e col suo esempio all’amore e alla osservanza della santissima povertà, ma anche ci lasciò molti ammaestramenti scritti, affinché, dopo la sua morte, non ci allontanassimo in nessun modo da essa; poiché anche il Figlio di Dio, mentre viveva sulla terra, mai volle allontanarsi da questa santa povertà. Ed il beatissimo padre nostro Francesco, seguendo le sue orme, scelse per sé e per i suoi frati questa santa povertà del Figlio di Dio, né mai, finché visse, se ne allontanò in nessuna maniera, né con la parola né con la vita.

   Ed io, Chiara, che sono, benché indegna, la serva di Cristo e delle Sorelle Povere del monastero di San Damiano e pianticella del padre santo, poiché meditavo, assieme alle mie sorelle, la nostra altissima professione e la volontà di un tale padre, ed anche la fragilità delle altre che sarebbero venute dopo di noi, temendone già per noi stesse dopo la morte del santo padre nostro Francesco – che ci era colonna e nostra unica consolazione dopo Dio e sostegno –, perciò più e più volte liberamente ci siamo obbligate alla signora nostra, la santissima povertà, perché, dopo la mia morte, le sorelle che sono con noi e quelle che verranno in seguito abbiano la forza di non allontanarsi mai da essa in nessuna maniera.

   E come io sono stata sempre diligente e sollecita nell’osservare io medesima, e nel fare osservare la santa povertà, che abbiamo promessa al Signore e al santo padre nostro Francesco, così le sorelle che succederanno a me in questo ufficio, siano obbligate ad osservarla e a farla osservare dalle altre fino alla fine.

  Ma ancora, per maggior sicurezza, mi preoccupai di ricorrere al signor papa Innocenzo, durante il pontificato del quale ebbe inizio il nostro Ordine, ed ai successori di lui, perché confermassero e corroborassero con i loro papali privilegi, la nostra professione della santissima povertà, che promettemmo al nostro beato padre, affinché mai, in nessun tempo ci allontanassimo da essa.

   Per la quale cosa, piegando le ginocchia e inchinandomi profondamente, anima e corpo, affido in custodia alla santa madre Chiesa romana, al sommo Pontefice, e specialmente al signor cardinale che sarà deputato per la Religione dei frati minori e nostra, tutte le mie sorelle, le presenti e quelle che verranno, perché, per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, abbia cura di far osservare a questo suo piccolo gregge – questo che l’altissimo Padre, per mezzo della parola e dell’esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa, proprio per imitare la povertà e l’umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre vergine –, la santa povertà, che a Dio e al beato padre nostro Francesco abbiamo promessa, e si degni ancora di infervorare e conservare le sorelle in detta povertà.

   Inoltre, come il Signore donò a noi il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore, piantatore e sostegno nostro nel servizio di Cristo e in quelle cose che promettemmo a Dio ed al medesimo nostro padre, ed egli, finché visse, ebbe sempre premurosa cura di coltivare e far crescere noi, sua pianticella, con la parola e con le opere sue; così io affido le mie sorelle, presenti e future al successore del beato padre nostro Francesco e ai frati tutti del suo Ordine, perché ci siano d’aiuto a progredire sempre di più nel bene nel servizio di Dio e soprattutto nell’osservare meglio la santissima povertà.

   Se poi dovesse succedere in qualche tempo, che le dette sorelle lasciassero questo monastero di San Damiano e si trasferissero altrove, siano nondimeno tenute, ovunque abitassero dopo la mia morte, ad osservare la stessa forma della povertà, che abbiamo promessa a Dio e al beatissimo padre nostro Francesco. Tuttavia, tanto colei che sarà in ufficio [di abbadessa], quanto le altre sorelle, abbiano sempre sollecitudine e precauzione di non acquistare né accettare terreno attorno al sopraddetto monastero, se non in quella quantità che esigesse l’estrema necessità di un orto per coltivarvi degli erbaggi. Se poi in qualche tempo dovesse occorrere, per un conveniente isolamento del monastero, di avere un po’ di terreno fuori del recinto dell’orto, non permettano d’acquistarne più di quanto richiede l’estrema necessità; detto terreno poi non sia lavorato né seminato, ma rimanga sempre inarato e incolto.

    Ammonisco ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le mie sorelle, presenti e future, che si studino sempre di imitare la via della santa semplicità, dell’umiltà e della povertà, ed anche l’onestà di quella santa vita, che ci fu insegnata dal beato padre nostro Francesco fin dal principio della nostra conversione a Cristo. Per mezzo di queste virtù, e non per i nostri meriti, ma per la sola misericordia e grazia del Donatore, lo stesso Padre delle misericordie, effondano sempre il profumo della loro buona fama su quelle che sono lontane, come su quelle che sono vicine.

   E amandovi a vicenda nell’amore di Cristo, quell’amore che avete nel cuore, dimostratelo al di fuori con le opere, affinché le sorelle, provocate da questo esempio, crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità.

    Ancora prego colei che sarà al governo delle sorelle, che si studi di presiedere alle altre più con le virtù e la santità della vita, che per la dignità, affinché, animate dal suo esempio, le sorelle le prestino obbedienza, non tanto per l’ufficio che occupa, ma per amore. Sia essa, inoltre, provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie; e specialmente si studi di provvedere a ciascuna nelle sue necessità con quelle elemosine che il Signore manderà. Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza, come crederanno meglio, per sé o a favore delle sorelle.

   Le sorelle poi, che sono suddite, ricordino che è per amore del Signore che hanno rinunciato alla propria volontà. Quindi voglio che obbediscano alla loro madre, come di loro spontanea volontà promisero a Dio; affinché la loro madre, osservando la carità, l’umiltà e l’unione che regna tra loro, trovi più leggero il peso che sostiene per ufficio e, per merito della loro santa vita, ciò che è molesto e amaro si tramuti per lei in dolcezza.

   Ma poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nella vita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono di quelli che per un poco di tempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso di camminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine!

   E perciò noi, che siamo entrate nella via del Signore, guardiamoci di non abbandonarla mai, per nostra colpa o negligenza o ignoranza. Recheremmo ingiuria a così grande Signore, alla sua Madre vergine, al beato padre nostro Francesco, a tutta la Chiesa trionfante ed anche alla Chiesa di quaggiù. Sta scritto, infatti: Maledetti quelli che si allontanano dai tuoi comandamenti.

   Per questa ragione, io piego le mie ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, affinché, per i meriti della gloriosa santa Vergine Maria sua Madre, del beatissimo padre nostro Francesco e di tutti i santi, lo stesso Signore, che ci ha donato di bene incominciare, ci doni ancora di crescere nel bene e di perseverarvi fino alla fine. Amen.

   Questo scritto, perché sia meglio osservato, io lascio a voi, sorelle mie amatissime e carissime, presenti e future, in segno della benedizione del Signore, del beatissimo padre nostro Francesco e della benedizione della vostra madre e serva.

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